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Intervento del Capo Dicastero al Meeting di Rimini 26 agosto 2011

Pubblicato da in Interventi · 26/8/2011 11:00:59

"La certezza della Salute"


Illustri (...), partecipo con piacere a questa 32ª edizione del Meeting di Rimini 2011, anche per l'opportunità di condividere con voi alcune riflessioni sul tema della "Certezza della salute", particolarmente caro al nostro Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari (per la Pastorale della Salute). Un argomento che, in effetti, merita di essere sempre più approfondito nei suoi molteplici aspetti e ricadute, a partire da quelli etici e scientifici.

La salute e l'antropologia cristiana

Prima di addentrarci nell'argomento, è necessario ricordare come oggi il progresso della ricerca in ambito scientifico e tecnologico, con le sue applicazioni nel mondo della medicina e delle biotecnologie, ci ponga di fronte ad interrogativi sempre nuovi ma che, invariabilmente, ci riconducono a quella che, in ultima analisi, è la nostra visione dell'uomo. È l'essenza più vera dell'essere umano, del resto, ad indirizzare le nostre risposte, giacché è l'uomo, la persona umana, il fine della scienza, chiamata a promuoverne la salute ed il benessere, a dare il suo contributo all'evoluzione culturale e alla ricerca della verità integrale, nel rispetto della dignità di ogni persona, fatta ad immagine e somiglianza di Dio.

A tal proposito, il Santo Padre Benedetto XVI, in occasione del novantesimo anniversario della fondazione della Università Cattolica del Sacro Cuore, celebrato nel maggio scorso, ha evidenziato che "Solo nel servizio all'uomo la scienza si svolge come vera coltivazione e custodia dell'universo", e, più in generale, che "senza orientamento alla verità, senza un atteggiamento di ricerca umile e ardita, ogni cultura si sfalda, decade nel relativismo e si perde nell'effimero. Sottratta invece alla morsa di un riduzionismo che la mortifica e la circoscrive può aprirsi ad un'interpretazione veramente illuminata del reale, svolgendo così un autentico servizio alla vita" (Discorso ai dirigenti, docenti e studenti dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, 21 maggio 2011 ).

Ma chi è dunque l'uomo? L'antropologia cristiana illustra la Verità sull'uomo, il cui baricentro è fuori di lui, nell'Assoluto. Come sottolineato nel 1986 dal Beato Giovanni Paolo II in una delle sue catechesi: "L'uomo creato a immagine di Dio è un essere insieme corporale e spirituale, un essere cioè che, per un aspetto, è legato al mondo esteriore e per l'altro lo trascende. In quanto spirito, oltre che corpo, egli è persona" (Udienza Generale, 16 aprile 1986).

Ne deriva che il concetto di salute dell'uomo, laddove essa sia intesa esclusivamente come salute del corpo, sia estremamente riduttivo e fallace. Ereditato dalla cultura scientifica di fine '700, esso si sviluppa nell'ambito del cosiddetto modello bio-medico, che si occupa più delle malattie che della salute e delle condizioni di vita e lavorative della popolazione. Una visione riduttiva della medicina che nel XX secolo avrebbe dato vita ad uno "specialismo" esasperato, giungendo a negare l'individuo nella sua interezza e integrità, dunque nella sua realtà di persona.



Ad accorgersi dei limiti di questo concetto di salute, sul piano internazionale, è stata in primo luogo l'Organizzazione Mondiale della Sanità che, redigendo la propria Costituzione, nel 1948 definì più ampiamente la salute come "uno stato di completo benessere fisico, psichico, sociale, e non solo l'assenza di malattie o di infermità" (OMS, Preambolo della Costituzione dell'Organizzazione Mondiale della Salute, 1946).

Un contribuito decisivo verso l'affermazione di un concetto di salute che riconosce l'uomo, la persona, nella sua totalità sebbene, alla luce della visione cristiana dell'uomo, incompleto perché carente sotto il profilo della componente spirituale dell'essere umano.

Al riguardo, il Motu Proprio "Dolentium Hominum", con cui fu costituita la Pontificia Commissione della Pastorale per gli Operatori Sanitari – che nel 1988 sarebbe stata elevata a Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari – evidenzia che "nel suo approccio agli infermi e al mistero della sofferenza, la Chiesa è guidata da una precisa concezione della persona umana e del suo destino nel piano di Dio". Essa ritiene che la medicina e le cure terapeutiche abbiano come obiettivi non solo il bene e la salute del corpo, ma la persona come tale che, nel corpo, è ferita dal male. La malattia e la sofferenza, infatti, non sono esperienze che riguardano soltanto il sostrato fisico dell'uomo, ma l'uomo nella sua interezza e nella sua unità somatico-spirituale. (DH, N.2).

In seguito, nel suo Discorso alla quarta Plenaria del nostro Pontificio Consiglio, tenuta nel 1998, lo stesso Beato Giovanni Paolo II ribadiva che "il concetto di salute non può limitarsi a significare soltanto l'assenza di malattia o di momentanee disfunzioni organiche": piuttosto "investe il benessere di tutta la persona, il suo stato biofisico, psichico e spirituale" (Discorso ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari, n.4, 1998). Pertanto "la cura degli infermi, se svolta in un contesto di rispetto della persona, non si limita alla terapia medica o all'intervento chirurgico, ma mira a guarire integralmente l'uomo, restituendolo all'armonia di un interiore equilibrio, al gusto della vita, alla gioia dell'amore e della comunione" (ibid., n.5).

Se dunque il benessere, la Salus, non è una realtà statica, si può addirittura aggiungere che lo stato di sofferenza, sia temporaneo sia permanente, può diventare un motore di crescita e di salvezza. Un esempio permanente e di sempre maggiore attualità, specialmente nei Paesi occidentali, è dato dal modo di interpretare ed affrontare la vecchiaia e il bagaglio di sofferenze che molto spesso la corrèda.

"Le tribolazioni non solo non distruggono la speranza, ma ne sono il fondamento" scriveva Giovanni Paolo II nella "Lettera agli anziani" (n.4), nel 1999, spiegando che l'età della vecchiaia è ricca di beni perché attenuando l'impeto delle passioni accresce la sapienza. Essa "è l'epoca privilegiata di quella saggezza che è frutto dell'esperienza" e che offre "ai giovani consigli ed ammaestramenti preziosi" (ibid., n.5). In questa prospettiva – aggiungeva il Papa - la comunità cristiana può ricevere molto dalla presenza degli anziani: lo Spirito di Dio infatti agisce "servendosi non di rado di vie umane che agli occhi del mondo appaiono di poco conto. Quanti trovano comprensione e conforto in persone anziane, sole o ammalate, ma capaci di infondere coraggio mediante il consiglio amorevole, la silenziosa preghiera, la testimonianza della sofferenza accolta con paziente abbandono! Proprio mentre vengono meno le energie e si riducono le capacità operative, questi nostri fratelli e sorelle diventano più preziosi nel disegno misterioso della Provvidenza" (ibid., n.13).

Ma che cos'è la sofferenza? Secondo la Lettera Apostolica "Salvifici Doloris" del 1984, "l'uomo soffre in modi diversi, non sempre contemplati dalla medicina, neanche nelle sue più avanzate specializzazioni. La sofferenza è qualcosa di più ampio della malattia, di più complesso ed insieme più profondamente radicato nell'umanità stessa" (N.5). Distinguendo fra la sofferenza fisica e la sofferenza morale, il Papa Giovanni Paolo II

definisce la prima come dolore del corpo e la seconda come "dolore dell'anima" dunque un "dolore di natura spirituale" che non si esaurisce nella sola dimensione psichica del dolore e che risulta meno raggiungibile dalla terapia.

Alla luce di tutto ciò e nell'affrontare il dramma della malattia e della sofferenza, la Chiesa non può accettare di "ridurre l'orizzonte umano al livello di ciò che è misurabile" come spesso si tende a fare al giorno d'oggi, e ribadisce che la persona deve essere oggetto di cure nella sua interezza: fisica, psichica, sociale e, in ultimo ma non certo per ultima, spirituale. Ne nasce così un nuovo concetto di cura, una "cura integrale" che prende in considerazione la persona in tutte le sue dimensioni e che si pone come obiettivo la promozione della salute umana, ovvero della salute dell'uomo nella sua interezza. "Si comprende perciò facilmente – si legge ancora nel Motu Proprio "Dolentium Hominum" – quale importanza rivesta nei servizi socio-sanitari, la presenza non solo di pastori di anime, ma anche di operatori i quali siano guidati da una visione integralmente umana della malattia e sappiano attuare, di conseguenza, un approccio compiutamente umano al malato che soffre" (n.2).

La Salute come certezza

Dopo questo breve excursus sulla persona e sulla sofferenza è coerente se la salute possa dirsi "certa", ovvero di parlare della "certezza della salute"? In effetti l'esperienza ci mostra che, secondo la medicina meramente meccanicistica, non sempre la malattia si risolve nella guarigione.

Ebbene, è la salute dello spirito che, per intervento della Grazia divina, laddove l'uomo lasci ad essa lo spazio di agire nella propria vita, è certa e lo è sempre. L'anima che anche ha molto sofferto, che ha patito, una volta "guarita" è sanata per l'eternità.

Possiamo in questa ottica dire che la salute dello spirito che si può conquistare oggi contribuirà fortemente alla salvezza dell'anima. La Salus è raggiungibile ed è certezza perché persino la sofferenza, qualunque dimensione dell'uomo investa, se vissuta alla luce del messaggio evangelico è essa stessa veicolo di salvezza, di redenzione per sé e per gli altri. La Dottrina ci insegna che l'uomo sofferente è assimilato al Cristo sofferente e la sofferenza dell'essere umano è opportunità per lo stesso di salvezza, di condivisione della croce di Cristo. È uno strumento che può unire a Dio, un veicolo di comunione con Lui.

"Per Cristo e in Cristo si illumina l'enigma del dolore e della morte" (Salvifici Doloris, n.31). La sofferenza dell'essere umano, così trasformata nel mistero della sofferenza del Redentore, diventa "l'insostituibile mediatrice ed autrice dei beni, indispensabili per la salvezza del mondo. E' essa, più di ogni altra cosa, a fare strada alla Grazia che trasforma le anime umane" (ibid., n.27). E ancora: "le sorgenti della forza divina sgorgano proprio in mezzo all'umana debolezza. Coloro che partecipano alle sofferenze di Cristo conservano nelle proprie sofferenze una specialissima particella dell'infinito tesoro della redenzione del mondo, e possono condividere questo tesoro con gli altri".

Quindi, nel suo Messaggio per la XII Giornata Mondiale del Malato, nel 2004, il Santo Padre spiegava che "dal paradosso della Croce scaturisce la risposta ai nostri più inquietanti interrogativi. Cristo soffre per noi: Egli prende su di sé la sofferenza di tutti e la redìme. (...) Unita a quella di Cristo, l'umana sofferenza diventa mezzo di salvezza". E dunque "Il dolore, accolto con fede, diventa la porta per entrare nel mistero della sofferenza redentrice del Signore. Una sofferenza che non toglie più la pace e la felicità, perché è illuminata dal fulgore della risurrezione" (Messaggio per la XII Giornata Mondiale del Malato, 2004, n. 4).

La Salus, la salvezza che l'uomo malato può guadagnare per sé ma anche - e ciò certamente è tutt'altro che secondario - per gli altri, ed in particolare per coloro che sono chiamati a soccorrerlo, sulle orme del Buon Samaritano. In riferimento alla parabola evangelica, nella Lettera Apostolica "Salvifici Doloris" Giovanni Paolo II evidenzia che il Buon Samaritano è "ogni uomo, che si ferma accanto alla sofferenza di un altro uomo" non per curiosità ma con disponibilità, che si commuove e mostra compassione per il sofferente, e quindi agisce per portare aiuto (n.28). È in questo dono sincero di sé all'altro che l'uomo ritrova pienamente se stesso. Si potrebbe dire – evidenzia il Papa - che la sofferenza "sia presente anche per sprigionare nell'uomo l'amore, proprio quel dono disinteressato del proprio « io » in favore degli altri uomini, degli uomini sofferenti. Il mondo dell'umana sofferenza invoca, per così dire, senza sosta un altro mondo: quello dell'amore umano; e quell'amore disinteressato, che si desta nel suo cuore e nelle sue opere" (ibid., n.29).

Cristo - continua Giovanni Paolo II - "ha insegnato all'uomo a far del bene con la sofferenza ed a far del bene a chi soffre" (ibid., n.30), e in questo duplice aspetto ha svelato il senso soprannaturale e insieme umano della sofferenza: "è soprannaturale, perché si radica nel mistero divino della redenzione del mondo, ed è, altresì, profondamente umano, perché in esso

l'uomo ritrova se stesso, la propria umanità, la propria dignità, la propria missione" (ibid., n.31).

Ecco che di fronte ad una sofferenza estrema come può esserlo una malattia terminale o una grave infermità, l'uomo è chiamato a riconoscere e difendere il significato ed il valore di quel dolore che salva e a tutelare quella vita apparentemente compromessa. Porre fine arbitrariamente ad essa vorrebbe dire mortificarne le potenzialità, disconoscerne il valore, negarne il significato suo proprio. La Vita, con le sue prove, è sempre un dono offerto all'uomo perché ne disponga secondo gli insegnamenti del Creatore, per il fine della salvezza propria e altrui.

Ogni comportamento deve essere radicato in questa concezione dell'uomo, nel rispetto della dignità della persona umana fatta ad immagine di Dio, al fine di promuovere e difendere la vita sempre, dal suo concepimento alla sua fine naturale.

La medicina è una scienza particolarmente chiamata a servire la vita, in tutte le sue espressioni e fasi, particolarmente in quelle più vulnerabili, spesso coincidenti con il suo inizio e il suo termine. Purtroppo la benefica azione di protezione della salute e della vita trova ostacoli non solo nella fragilità intrinseca del corpo umano ma, qualche volta, anche nella mentalità e nel comportamento della società umana che giunge talvolta a negare il dono della vita.

"Le ideologie totalitarie, che hanno degradato l'uomo ad oggetto, calpestando ed eludendo i diritti umani fondamentali - aggiunse Papa Giovanni Paolo II nel discorso per la Plenaria del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari nel 1998 - trovano preoccupanti riscontri in certe strumentalizzazioni delle potenzialità biotecnologiche, che manipolano la vita in nome di un'ambizione smisurata di dominio che deforma aspirazioni e speranze, moltiplicando inquietudini e sofferenze" (n.3).

"Con le nuove prospettive aperte dal progresso scientifico e tecnologico "– osservò quindi il Santo Padre nella Lettera Enciclica "Evangelium Vitae" - nascono nuove forme di attentati alla dignità dell'essere umano, mentre si consolida una nuova situazione culturale" che giustifica alcuni delitti contro la vita in nome di una malintesa concezione della libertà individuale, e causa un grave crollo morale: "scelte un tempo unanimemente considerate come delittuose e rifiutate dal comune senso morale, diventano a poco a poco socialmente rispettabili" (n.4).

Anche la medicina, chiamata alla difesa e alla cura della vita umana, "si presta sempre più a realizzare questi atti contro la persona e in tal modo deforma il suo volto, contraddice sé stessa e avvilisce la dignità di quanti la esercitano (...). Se è quanto mai grave e inquietante il fenomeno dell'eliminazione di tante vite umane nascenti o sulla via del tramonto, non meno grave e inquietante è il fatto che la stessa coscienza fatica sempre più a percepire la distinzione tra il bene e il male in ciò che tocca lo stesso fondamentale valore della vita umana" (idem, n.4).

La Fondazione Il Buon Samaritano, un'eredità concreta del Vangelo della Vita del Beato Giovanni Paolo II



Instancabile difensore della vita, fu proprio il Beato Giovanni Paolo II nel promuovere l'istituzione del nostro Pontificio Consiglio, che – com'è specificato nella Costituzione Apostolica "Pastor Bonus" del 1988 - "manifesta la sollecitudine della Chiesa per gli infermi aiutando coloro che svolgono il servizio verso i malati e sofferenti affinché l'apostolato della misericordia, a cui attendono, risponda sempre meglio alle nuove esigenze" (Pastor Bonus, Art.152).

Il nostro Dicastero è perciò chiamato a promuovere una medicina al servizio della vita e a ribadire che la vita è un bene assoluto per tutti e tutti devono essere in grado di fruire delle possibilità di rispettarla, difenderla e valorizzarla. Parlando di tutti, intendo davvero tutti e, in considerazione dell'attuale situazione mondiale, desidero riferirmi in modo particolare a quelle popolazioni che più delle altre soffrono a causa della povertà e della mancanza del necessario per sopravvivere o per condurre un'esistenza definibile dignitosa.

Proprio per portare aiuto a questi popoli, ed in particolare a coloro che sono più sofferenti e non hanno accesso alle cure e ai farmaci necessari, il Beato Giovanni Paolo II istituì la Fondazione "Il Buon Samaritano" affidandola subito a questo Pontificio Consiglio.

È così che, dal settembre del 2004, la Fondazione opera per sostenere economicamente gli infermi più bisognosi, ed in particolare i malati di HIV-AIDS. Nei suoi oltre sei anni di attività, la Fondazione "Il Buon Samaritano" ha dato modo di soccorrere decine di migliaia di bisognosi nei diversi continenti, dando sostegno economico a progetti variegati, operanti principalmente nell'assistenza socio-sanitaria. Sono state e sono iniziative condotte secondo

una metodica ispirata al principio di trasparenza e fondata sul coinvolgimento e la responsabilizzazione degli attori locali, dalle Nunziature alle Conferenze episcopali, alle singole diocesi. Un impegno fondato sulla consapevolezza che la cooperazione missionaria parte da Gesù, il Buon Samaritano per eccellenza, ed ha come destinatario il malato, che ha il volto di Gesù stesso.

Attualmente la Fondazione "Il Buon Samaritano" è impegnata in particolare a fronteggiare l'emergenza dovuta alla carenza di medicinali attraverso la fornitura a titolo gratuito di prodotti farmaceutici e presidi sanitari in favore di ospedali, centri di cura e dispensari della Chiesa Cattolica nel mondo, con particolare attenzione alle strutture che si occupano della prevenzione e cura dell'HIV-AIDS.

Insieme al contributo fattivo nell'area assistenziale e progettuale, la Fondazione opera anche per favorire la conoscenza e il dibattito intorno alle problematiche sanitarie di più stringente attualità, alle emergenze sanitarie, alle esigenze di particolari categorie di malati, a questioni etiche sulle quali la Chiesa sente l'urgenza di offrire un orientamento, richiamando sempre alla centralità della persona e alla necessità irrinunciabile di difendere la vita, in ogni sua fase.

È proprio per espresso volere del suo Fondatore, dedica particolare attenzione alle persone affette dalla patologia dell'HIV/AIDS, che insieme alla sofferenza fisica il più delle volte sperimentano umiliazione, emarginazione, solitudine. Un'esclusione sociale che ostacola e, a volte, impedisce totalmente, l'accesso alle cure, ritardando la presa in carico dei pazienti e la possibilità garantirgli la sopravvivenza se non di alleviargli le sofferenze.

Sappiamo che l'accesso universale alle cure dovrebbe essere un diritto di tutti e di ciascuno ma nella realtà, ad esempio nell'Africa subsahariana, solo il 5% dei malati di AIDS riceve assistenza e cure adeguate mentre si fanno sempre più drammatiche le conseguenze della diffusione della patologia sulle famiglie e sui minori. Secondo l'UNAIDS - l'agenzia delle Nazioni Unite per la lotta all'AIDS - il virus dell'HIV ha contagiato in trenta anni più di 60 milioni di persone e più di 30 milioni di persone sono morte per cause collegate alla malattia. Ci sono attualmente 33.3 milioni di persone che vivono con il virus, mentre 2.6 milioni di persone sono state infettate.

Per dare sollievo e cura alle persone e alle comunità afflitte da questo terribile flagello e rispondere alle richieste di sostegno provenienti dalle Diocesi e dagli istituti religiosi dei singoli Paesi, fino ad oggi la Fondazione ha

dunque operato per offrire medicinali e se necessario la sussistenza alle vittime dirette e indirette. Ora, tuttavia, sentiamo sia giunto il momento di fare un salto di qualità, di potenziare l'efficacia dei nostri intereventi, promuovendo una più proficua sinergia fra la Chiesa, nei suoi organi competenti, e il mondo della sanità e delle aziende produttrici di medicinali.

Una sinergia che trova espressione in un Modello di Azione Integrato, che vede i diversi attori contribuire secondo i propri ambiti di competenza, e che si articola in dimensioni e obiettivi specifici:

1. Assicurare la distribuzione di farmaci antiretrovirali a basso costo, che si sono dimostrati – secondo UNAIDS - capaci di raddoppiare la speranza di vita delle persone affette da HIV, innalzandola da una media di 11 anni a 22, con particolare efficacia nei pazienti più giovani. Il prezzo, per quanto basso deve rimanere a carico del governo locale, non del paziente. Infatti, anche una spesa di soli 200 o 300 dollari di terapia l'anno, che pure risulta di 30 volte inferiore alla spesa corrispondente in Europa, si rivela insostenibile per un africano medio che vive con 2,3 dollari al giorno. L'abbattimento dei costi è fondamentale ma va accompagnato da un impegno dei governi teso a favorire l'accesso gratuito ai farmaci: è necessario ricreare quella rete che in una sorta di "alleanza terapeutica" unisce il paziente al governo locale e alle istituzioni internazionali, anche a fronte dei grandi finanziamenti annunciati in favore dei programmi di lotta all'AIDS.

L'accesso gratuito ai farmaci, nei Paesi poveri, è la precondizione alla possibilità di un effettivo trattamento dei malati, ed il trattamento – come evidenziato in occasione del convegno internazionale di studio promosso dal Dicastero, nel maggio scorso, su questo tema – ha una doppia valenza: quella della cura del malato, e quella della prevenzione del morbo, che si attua riducendo, proprio attraverso il trattamento, le possibilità del contagio e propagazione della malattia.

2. Promuovere la formazione del personale medico-infermieristico. E' necessario trasferire presso le popolazioni locali conoscenze e competenze, attraverso percorsi di formazione, teorica e operativa, tesi a creare figure professionali in grado di operare in contesti sanitari deprivati e capaci di gestire con competenza e in maniera efficace le strutture sanitarie che sono loro affidate. Insieme è necessario formare anche manager in grado di gestire sotto il profilo economico e amministrativo i centri di salute e gli ospedali.

3.Strategica sarà poi la realizzazione di laboratori di analisi, diagnosi e trattamento anche nei centri abitati minori, in luoghi non adeguatamente serviti da vie di trasporto e comunicazione, per offrire una rete di supporto capillare ed integrata.

4. Incrementare l'azione volta alla prevenzione tradizionale, a vantaggio di bambini e famiglie. Un'azione finalizzata anzitutto a prevenire il rischio della cosiddetta "trasmissione verticale" del virus, quella che vede la madre incinta affetta da HIV/AIDS contagiare il feto, ma anche quella che agisce all'interno di nuclei familiari dove alcuni dei membri sono affetti dal morbo. Una prevenzione che muove poi attraverso l'educazione ai valori della vita, della famiglia e della sessualità responsabile, realizzata nel contesto delle scuole cattoliche presenti sul territorio.

5. Infine il nostro modello integrato prevede la promozione di progetti di sviluppo agricolo e microcredito, sia nel settore delle coltivazioni che in quello degli allevamenti, tesi a garantire il sostentamento economico delle comunità e delle singole famiglie, assicurare la disponibilità di cibo e acqua, e favorire l'inserimento sociale.

Un Modello d'azione che intendiamo porre al centro di un tavolo di lavoro congiunto fra la Fondazione Il Buon Samaritano e le istituzioni e le organizzazioni ecclesiali o no del settore, nella convinzione che l'impegno condiviso di molteplici organismi - ciascuno coinvolto secondo il proprio ruolo, la disponibilità di risorse e il bagaglio di conoscenze e abilità che lo identificano – la condivisione di obiettivi e percorsi e la sinergia delle azioni, potenzi l'efficacia di qualunque intervento di aiuto.

Un invito che muove dalla certezza che – come evidenzia Papa Benedetto XVI nella Lettera Enciclica "Deus Caritas Est" – "l'amore sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c'è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell'amore. Chi vuole sbarazzarsi dell'amore si dispone a sbarazzarsi dell'uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo" (n.28).

So che molti tra voi sono impegnati nel volontariato nazionale e internazionale, anche in ambito sanitario, e vi ringrazio per quanto state facendo in favore dell'umanità. Chi vorrà, potrà esprimersi anche attraverso la Fondazione "Il Buon Samaritano" in armonia con questa esigenza di Amore e di Giustizia.

Vorrei concludere questo mio intervento con le parole di Papa Benedetto XVI a me rivolte nel Messaggio ai partecipanti alla XXV Conferenza Internazionale, organizzata dal nostro Pontificio Consiglio e celebratasi nel mese di novembre dello scorso anno: «Chinarsi come il Buon Samaritano verso l'uomo ferito abbandonato sul ciglio della strada è adempiere quella "giustizia più grande" che Gesù chiede ai suoi discepoli e attua nella sua vita, perché l'adempimento della Legge è l'amore. La comunità cristiana, seguendo le orme del suo Signore, ha adempiuto il mandato di andare nel mondo a "insegnare e curare gli infermi" e nei secoli "ha fortemente avvertito il servizio ai malati e sofferenti come parte integrante della sua missione" (Giovanni Paolo II, Motu Proprio Dolentium Hominum, 1), di testimoniare la salvezza integrale, che è salute dell'anima e del corpo»".

Vi ringrazio per la Vostra attenzione ed auguro a tutti Voi un buon proseguimento dei lavori.

† Zygmunt Zimowski
Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari



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