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Discorso dell'Arcivescovo Z.ZYMOWSKI in apertura della XXVI Conferenza Internazionale del Dicastero

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Qui di seguito riportiamo il discorso enunciato dall'Arcivescovo Zygmunt Zimowski in apertura della XXVI Conferenza Internazionale del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, dedicata a: "La pastorale sanitaria a servizio della vita alla luce del magistero del Beato Giovanni Paolo II" e tenuta nella Città del Vaticano dal 24 al 26 Novembre 2011.

Giovanni Paolo II, intrepido difensore della vita


(...) 1. Il Beato Giovanni Paolo II, testimone e maestro del servizio alla vita.
Nell'omelia pronunciata in occasione della celebrazione eucaristica per la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II, il Santo Padre, Benedetto XXVI, ha affermato che tutta la vita del suo amato predecessore, ma "soprattutto la sua testimonianza nella sofferenza" sono state motivo di grazia per il mondo intero. Dopo aver ascoltato queste parole, abbiamo deciso di fare di questa "grazia" l'oggetto della nostra XXVI Conferenza Internazionale.
Riflettere su: "La Pastorale Sanitaria a servizio della vita alla luce del magistero del Beato Giovanni Paolo II" significherà allora per tutti noi qui presenti, e per tutti coloro che in vario modo seguiranno i nostri lavori, cercare di cogliere il valore, la portata, le istanze, le implicanze e le sfide, soprattutto a carattere pastorale, presenti nell'insegnamento di Papa Wojtyla. Ciò al fine di coniugarli in un servizio alla vita sempre più evangelicamente ispirato e misericordiosamente incisivo a favore di chi soffre.
Prima di tutto desidero ricordare il luminoso esempio di ineguagliabile amore per i malati testimoniatoci dal Beato Giovanni Paolo II, che li ha sempre voluti davanti a sé, al primo posto, e non soltanto in senso logistico. In ogni occasione delle varie udienze pubbliche li ha sempre incontrati tutti, salutandoli personalmente uno, ad uno. Chi gli è stato più vicino ci riferisce che pure in privato ha dedicato loro molto del suo tempo e delle sue energie, senza mai risparmiarsi, anche quando le sue forze cominciarono a venire meno.
Oltre all'esempio e alla testimonianza, ci ha lasciato uno straordinario patrimonio magisteriale, dal quale tutti possono attingere con sicuro beneficio per la loro crescita umana, tecnica e spirituale: ammalati, operatori sanitari, tecnici, amministrativi, familiari, volontari, religiosi, sacerdoti, laici, la Chiesa e il mondo intero. Ricordo prima di tutto la Lettera Apostolica Salvifici Doloris (1984), a cui ha fatto seguito un anno dopo il Motu Proprio Dolenthium Hominum, documento con cui ha istituito ciò che oggi mi onoro di presiedere, il Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari. Ciò che più stupisce è che, oltre ai numerosi discorsi fatti in occasione di specifici incontri con i malati, con gli operatori sanitari, o con gruppi e associazioni in vario modo legate al mondo sanitario, qui a Roma e nei suoi memorabili viaggi pastorali in tutto il mondo, durante il suo Pontificato è raro che in un documento ufficiale della Chiesa non sia presente uno o più riferimenti ai temi propri della Pastorale Sanitaria o riguardanti il servizio alla vita. E' nostro dovere tenere presente ed approfondire questa preziosa eredità, perché l'immenso e ricco patrimonio che ci ha lasciato rappresenti per sempre una fonte di ispirazione per tutti coloro che in ogni parte del mondo operano a favore della salute e della vita.
2. Il valore della sofferenza.
Tra i tanti interventi del Beato Giovanni Paolo II sul valore della sofferenza, quello che più mi ha colpito è ciò che disse all' Angelus del 29 Maggio 1994. Era appena stato dimesso dal Policlinico Gemelli, dopo un mese di degenza. Dopo aver letto qualche riga dell'intervento scritto, abbandonò i fogli e continuò parlando a braccio. E, invece di ringraziare per la guarigione, ringraziò la Madonna per la sofferenza che aveva appena affrontato, anche questa volta nel mese di Maggio, tradizionalmente a Lei dedicato, come tredici anni prima, in occasione del famoso attentato in piazza san Pietro. Parlò di quella nuova sofferenza come di un dono, "un dono necessario", perché, ricordando quello che gli era stato detto dal Cardinale Wyszynski, Primate della Polonia, all'inizio del suo Pontificato, unito alle preghiere e alle iniziative apostoliche, con quel dono egli avrebbe introdotto la Chiesa nel Terzo Millennio. E aggiunse:
"Deve essere aggredito il Papa, deve soffrire il Papa, perché ogni famiglia e il mondo vedano che c'è un Vangelo, direi, superiore: il Vangelo della sofferenza, con cui si deve preparare il futuro, il terzo millennio delle famiglie, di ogni famiglia e di tutte le famiglie."
Facendo poi implicito riferimento all'allora Presidente degli Stati Uniti d'America, Bill Clinton, che avrebbe incontrato qualche giorno dopo, concluse dicendo:
"Capisco che era importante avere questo argomento davanti ai potenti del mondo. Di nuovo devo incontrare questi potenti del mondo e devo parlare. Con quali argomenti? Mi rimane questo argomento della sofferenza. E vorrei dire a loro: capitelo, capite perché il Papa è stato di nuovo in ospedale, di nuovo nella sofferenza, capitelo, ripensatelo!".
Oggi questo monito rappresenta per noi una sfida a comprendere e ripensare rettamente la superiorità del Vangelo della sofferenza, attraverso il quale si prepara il futuro della Chiesa e dell'umanità. Senza di esso il cammino ouò essere confuso. A questo proposito, voglio offrire due sintetici spunti di riflessione, che ovviamente necessitano di un congruo sviluppo.
Mi pare che la vita e il magistero di Giovanni Paolo II ci abbiano insegnato che:
1. all'interno delle divisioni e dei contrasti nei quali molti si dibattono e nei quali oggi siamo immersi, l'unica realtà che può davvero rappresentare il punto d'incontro tra le varie visioni antropologiche, la prospettiva che permette un'autentica comprensione di tutto l'uomo e di ogni uomo è quella della sofferenza;
2. la fede cristiana, in quanto viva memoria del Giusto sofferente (memoria passionis), che si è fatto carico del dolore di tutti (cfr Is 53), continua a costituire la via privilegiata di annuncio e di offerta di salvezza e di speranza per tutta l'umanità.
Percorrendo queste due direttrici, una antropologica e l'altra teologica, si riuscirà a soddisfare la sfida contenuta da quel monito che ci ha rivolto il Beato Giovanni Paolo II più di diciassette anni fa, e ad incamminarsi verso un futuro pieno di speranza per la Chiesa e per l'umanità intera.
3. Il vangelo della Vita e la sua novità.
Un documento lasciatoci dal Beato Giovanni Paolo II che a tutt'oggi rimane, e ancora per molto tempo rimarrà per la Chiesa, e non solo, un punto di riferimento per la Pastorale Sanitaria a servizio alla vita è l'Enciclica "Evangelium Vitae", pubblicata il 25 Marzo 1995.
Lo è per il suo valore magisteriale. Per la sua compilazione, tra l'altro, sono stati consultati tutti i Vescovi del mondo e la sua pubblicazione è stata preceduta dal pronunciamento di un Concistoro, appositamente convocato.
Lo è per l'attualità dei problemi relativi alla vita che affronta, ancora oggi socialmente e culturalmente sensibili e tanto attuali per le dimensioni sempre più ampie che assumono, per le forme sempre più gravi con cui si presentano e per la forte conflittualità che ancora riescono a suscitare.
Lo è per l'importanza dei contenuti proposti. Mi riferisco in modo particolare al secondo capitolo, dove Giovanni Paolo II sviluppa la riflessione sul "Vangelo della vita" e sulle implicanze teologiche, antropologiche, culturali e pastorali che da esso derivano.
Lo è per la promozione di rinnovato impegno a favore della vita, di cui parlerò alla fine di questo mio intervento.
Mi corre l'obbligo di far risuonare anche oggi qui tra di noi l'appassionato appello con cui Giovanni Paolo II apre l'enciclica:
"In nome di Dio: rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità!" (EV. 5).
Rileggendolo, ci accorgiamo di quanto ci sia ancora da fare a favore della vita, e da uomini di buona volontà quali siamo, ci sentiamo categoricamente incalzati nelle nostre coscienze dalla considerazione che il bene e il futuro dell'umanità dipendono da questa dilemma ineludibile: o si serve la cultura della Vita, o si rischia inevitabilmente di servire la cultura della morte. Come sequela di Cristo , inoltre, non dobbiamo dimenticare il monito di Gesù: "Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde" (Mt 12,30).
All'inizio dei nostri lavori ritengo pure opportuno riprendere brevemente la definizione di Vangelo della Vita che ci presenta il Beato Giovanni Paolo II nell'Evangelium Vitae, perché sia tenuta presente come il faro che illumina tutta la nostra Conferenza e per i possibili sviluppi pastorali che da essa potranno e dovranno derivare:
"In Gesù, «Verbo della vita», viene quindi annunciata e comunicata la vita divina ed eterna. Grazie a tale annuncio e a tale dono, la vita fisica e spirituale dell'uomo, anche nella sua fase terrena, acquista pienezza di valore e di significato: la vita divina ed eterna, infatti, è il fine a cui l'uomo che vive in questo mondo è orientato e chiamato. Il Vangelo della vita racchiude così quanto la stessa esperienza e ragione umana dicono circa il valore della vita, lo accoglie, lo eleva e lo porta a compimento. (EV 30).
Gesù ci rivela che, prima di qualsiasi altra cosa, è la vita che ci lega a Dio. Attraverso di essa siamo chiamati e orientati a quello che, secondo il disegno di Dio, è il suo fine e il suo compimento, cioè la vita divina ed eterna, che ci è stata annunciata e comunicata "in Gesù".
Il Beato Giovanni Paolo II ci dice anche che la novità religiosa del vangelo della vita consiste nella dignità quasi divina di ogni uomo. La vita di ciascuno di noi è infatti molto più di ciò che ciascuno di noi è o riesce a diventare, attraverso il proprio sviluppo storico. Dentro di essa incontriamo Dio stesso, perché la vita è dono Suo e perché ogni uomo è icona di Gesù Cristo. Se sapremo trasformare la nostra "VITA" in un atto di amore e di misericordia, come ci ha insegnato il Signore Gesù nella famosa parabola del Giudizio universale (cfr Mt 25,31ss),
essa ci condurrà a Dio, più di quanto lo possano fare la nostra religiosità, la nostra moralità e il nostro pensiero e sentimento.
4. La Chiesa popolo della Vita per il servizio alla vita.
La scoperta, la manifestazione e l'esperienza di questo legame vitale, che lega ciascun uomo a Dio, è il fondamento di quella nuova cultura della vita che attende ancora di essere pienamente compresa e sviluppata. Questo è il compito specifico della Chiesa, di tutti noi cristiani, "popolo della vita" mandati nel mondo per diventare il "popolo per la vita", dice il Beato Giovanni Paolo II (E.V 83).
Un mandato che vale particolarmente per chi opera in vario modo a servizio della vita. Un mandato che comincia dalla propria esistenza quotidiana. Il servizio che ciascuno di noi fa a se stesso, nell'orizzonte del Vangelo della Vita, giorno per giorno, diventa servizio, annuncio, celebrazione di questa stessa vita per gli altri e per tutti. L'esistenza quotidiana di ciascuno è quindi il punto di partenza dal quale scaturisce quel servizio di carità, che consiste nel prendersi cura dell'altro, in quanto persona affidataci da Dio alla nostra responsabilità, fino ad arrivare a prendersi cura di tutta la vita e della vita di tutti (n. 87). Soltanto se saremo capaci di prenderci cura della nostra vita, saremo in grado di offrire questo servizio agli altri. Se siamo persone che usano male la propria vita, che disperdono questo dono, perché incapaci di goderne nella sua totalità e ricchezza e di svilupparlo secondo le caratteristiche e dimensioni proprie del disegno di Dio, sarà impossibile arrivare a questo servizio di carità alla vita dell'altro, a tutta la vita ed alla vita di tutti. Qui, dice il Beato Giovanni Paolo II, siamo alle radici stesse della vita e dell'amore (n. 87).
Concludo formulando quello che mi sembra possa essere paradigma della nuova cultura della vita: dalla cura della propria vita, alla fede nel Dio della vita, fino all'amore per tutta la vita e per la vita di tutti, perché non c'è risposta alla vita che non abbia come fonte e come fine l'Amore. Nonostante i limiti, le difficoltà e la complessità dei problemi che abbiamo davanti a noi, attraverso il prezioso magistero del Beato Giovanni Paolo II, Dio ci chiama a coniugare questo paradigma fino alle sue ultime conseguenze, sicuri e fiduciosi che la Vita vince sempre. Per questo oggi siamo qui. Benvenuti e buon lavoro a tutti. Grazie!

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